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Pappagalli Verdi

Sinceramente devo dire che questo libro mi ha sconvolto. Dire che mi abbia solamente fatto pensare sarebbe altamente riduttivo, ciò che è avvenuto è penetrato molto in fondo. Dal punto di vista puramente narrativo, Pappagalli Verdi di Gino Strada è serie di ricordi di guerra disposti a caso dall’autore, non sono scritti in una prosa eccelsa né disgustosa, semplicemente scorrevole. Ciò che sconvolge è il racconto in sé. Prima di tutto non pensavo che l’uomo facesse un uso così subdolo delle mine, per impedire alla gente di riprendere una vita normale. Non pensavo che venissero prodotte mine (i cosiddetti pappagalli verdi) preparate per esplodere solo dopo essere state raccolte da bambini, così da colpirne anche più di uno alla volta. Non pensavo che i Curdi, I Bosniaci, la gente del Ruanda dell’Afghanistan e tanti altri popoli venissero sottoposti a così dure prove, ormai ridotti alla rassegnazione. Non pensavo che alcune nazioni non facessero entrare le istituzioni umanitarie nei propri territori per non mostrare le nefandezze che essi compiono. L’indignazione è grande, ma rimane sempre l’indignazione dello spettatore televisivo, pronta a sparire con il servizio successivo sul cane che ha trovato famiglia o sul VIP e la sua nuova compagna. Di fronte ai loro problemi, le nostre preoccupazioni e i nostri diverbi sono veramente meschini. Il primo passo è non dimenticare, ma il secondo è agire.

 

Biglietti agli amici

Scrivo poche righe sul libro di Pier Vittorio Tondelli Biglietti Agli Amici. Da parte mia quello è un libro da non comprare assolutamente. L’editore, alla ricerca di soldi facili da spillare grazie al nome di un autore già famoso, ha deciso di pubblicare anche questo libro destinato a una cerchia stretta di amici di Tondelli. Forse per qualcuno le citazioni scritte sono anche belle (per me non hanno il minimo senso), ma comunque non vale l’acquisto.

 

Libro d’Ombra

Si può dire che il libro di Tanizaki sia molto interessante, si certo al di fuori dei soliti schemi. Non è un romanzo, ma un saggio dedicato all’ombra ed alle differenze della cultura giapponese nei confronti di quella orientale. Tanizaki, per molto tempo acceso modernista infatuato dal fascino esotico del lontano occidente, ora è invecchiato e inizia a farsi difensore di una cultura giapponese che si appresta al declino e successivamente alla scomparsa. Nel libro si analizza la mania dei giapponesi di inserire le nuove tecnologie occidentali nella propria casa, senza preoccuparsi che queste entrino in armonia con il resto della casa, fatta in stile orientale. Tanizaki analizza inoltre quella predilezione dei giapponesi verso l’ombra, che contrasta nettamente con la cultura occidentale della brillantezza e del pulito. Dalle case luccicanti e moderne degli occidentali alle toilettes buie e nascoste nei cortili giapponesi, dove anche l’azione più privata diventa contemplazione della natura, Tanikazi analizza questi aspetti dei due mondi ipotizzando l’origine della distruzione dell’antico Giappone proprio nella mancanza di uno sviluppo tecnologico orientale che poi si armonizzasse con questo mondo così diverso dal nostro.

 

Premesso che il compito che Giordano si è proposto, scrivere un bel romanzo su un tema tanto sfruttato quanto la solitudine, era un impresa decisamente ardua. Sulla solitudine sono stati scritti tanti capolavori e tanta spazzatura, è stata studiata in ogni sua sfaccettatura, ma solitamente le poche volte in cui un libro trattava approfonditamente di questo tema in modo semplice e chiaro per tutti, si scadeva nel banale. La solitudine dei numeri primi è un bel romanzo. forse la storia non è delle più interessanti, ma il romanzo è scritto bene e si riesce a leggere(la qual cosa purtroppo non è sempre scontata). E’ un romanzo leggero e decisamente piacevole, ma decisamente sopravvalutato dalla critica. Se stilisticamente e narrativamente può superare tranquillamente i casi editoriali più illustri, non può di certo essere definito un capolavoro degno di un premio di importanza nazionale come lo Strega. Posso a cuor leggero sostenere che se questo è il massimo livello della narrativa italiana, la narrativa italiana è messa molto male. Concludo questa breve recensione sottoponendo agli sparuti lettori una mia sensazione che mi fa sembrare i due personaggi e le loro scelte nella vita (un personaggio è di per sé vivo oltre i limiti spaziali e temporali dettati dall’autore) decisamente artificiali e prive di spontaneità.

Invictus

Il film è ambientato nel Sudafrica dell’immediato post apartheid. Nelson Mandela (Morgan Freeman), dopo 27 anni di carcere è stato liberato e viene eletto presidente della repubblica. Avrà il duro compito di eliminare le tensioni che si presentano subito tra gli Afrikaner, nostalgici del vecchio regime e diffidenti verso Mandela, se non addirittura ostili, e i neri, che vogliono vendicarsi di tutti i soprusi subiti dai loro precedenti oppressori. Il modo per risolvere queste tensioni si manifesta nella nazionale di rugby, gli Springbocks. Per i neri il rugby è simbolo del’apartheid e, poiché gli Springbocks continuano a perdere partite, vorrebbero cambiarne gli odiati nome e colori. Mandela, comprendendo che il rugby potrebbe essere la chiave dell’unità nazionale, salva gli Springbocks e sprona il capitano Francois Pienaar (Matt Damon) a vincere la coppa del mondo che si sarebbe tenuta in Sudafrica quell’anno. In un modo straordinario, la squadra riesce a vincere anche partite difficili nella coppa del mondo, arrivando a conquistare addirittura la simpatia di quelle persone che prima la odiavano, fino a giungere in finale. Ma solo nel momento in cui vincono il mondiale si può comprendere che quell’unità a cui voleva giungere Mandela è fatta e si può quindi costruire una grande nazione unita. Il film vuole chiaramente evidenziare il ruolo che lo sport può avere nell’aggregare persone di differenti classi ed etnie. Anche se forse il personaggio è un po’ troppo stereotipato, Morgan Freeman interpreta in maniera eccellente il capo di stato Sudafricano.

Il Concerto

1980, il segretario del PCUS Breznev decreta che gli ebrei sono nemici del popolo e vuole eliminarli dalle orchestre dei teatri. A ciò si oppone l’illustre direttore d’orchestra del teatro Bolsoj di Mosca Andrei Flipov (Aleksei Guskov), che farà comunque un concerto che verrà poi interrotto a metà dalle autorità sovietiche. Trent’anni dopo Flipov è ridotto a fare l’uomo delle pulizie al Bolsoj senza poter più dirigere. Per caso però intercetta un fax del Théatre du Chatalet che invita l’orchestra del Bolsoj a tenere un concerto a Parigi. Flipov decide allora di spacciarsi per il direttore d’orchestra e riunisce il vecchio gruppo di musicisti, tutti come lui ridotti in miseria, per portarli a suonare a Parigi. Il viaggio e i giorni prima del concerto saranno veramente difficili per lui: dapprima i musicisti si spargono per Parigi senza interessarsi al concerto, poi incontra la grande violinista Anne-Marie Jacquet (Melanie Laurent). Ella è figlia della prima violinista del Bolsoj del 1980, la donna ebrea Lea che insieme al marito fu deportata in un Gulag per aver criticato la condotta di Breznev riguardo ai musicisti ebrei. Anne-Marie non sa di essere figlia di Lea, ma capisce che Andrei vuole sostituirla alla sua vecchia amica per concludere quel concerto interrotto trent’anni prima e si rifiuta di suonare. Infine verrà poi riunita tutta l’orchestra (si decideranno a farlo in memoria di Lea, avendo saputo alcuni di loro che Anne-Marie ne è figlia) e anche Anne-Marie deciderà di suonare. Il concerto sarà un successo straordinario alla fine del quale Anne-Marie scoprirà la verità sui suoi genitori e Andrei Flipov riacquisterà quella sicurezza di se e quell’orgoglio che aveva perduto anni prima. La musica diventa in questo modo non solo un momento di ascolto da parte del pubblico, ma una crescita interiore che culminerà appunto nel far ritornare musicisti decaduti in una grande orchestra.

American Psycho

Patrick Bateman è un ricco ventisettenne della New York bene. Ha un lavoro molto redditizio nel campo dell’economia che gli frutta ben 160000$ l’anno. Frequenta coi suoi amici i locali più alla moda e in cui si trovano le ragazze e le cameriere più belle (le chiamano corpoduro) e fa uso frequente di coca. La sua vita si potrebbe dire perfetta, completata da una bellissima fidanzata e da molte altre donne che costellano le sue notti. Però nel corso della storia si notano diverse stranezze nel comportamento di Bateman. Riconsegnare le videocassette noleggiate, tra cui Omicidio a luci rosse, prenotato 37 volte di fila. Saperne di più sul misterioso portafoglio Fisher ma soprattutto non perdere mai una puntata del Patty Winters Show. Ma un altro segreto si nasconde nella vita di questo facoltoso giovane. La notte si trasforma in una bestia assetata di sangue che tortura e uccide le sue vittime, specialmente giovani ragazze che egli attira in casa propria. Sebbene sia stato definito un gran libro, sinceramente non trovo nulla di particolare in American Psycho. Sin dalle prime pagine lo stile e i discorsi sono confusionari, non come nei libri di DeLillo o Palahniuk dove è l’autore che imposta la narrazione secondo un determinato stile, ma come se Ellis non avesse neanche lui idee chiare in testa. Oltretutto Patrick risulta sin dall’inizio insopportabile. Forse questa antipatia è voluta dall’autore per sottolineare il vuoto della vita di questo personaggio, ma tutti i suoi discorsi e le sue idee sembrano i vaneggiamenti di un egocentrico, e ciò non cambia per gli altri personaggi che sono allo stesso modo insopportabili. Se si spera che nei momenti degli omicidi la tensione e lo stile si elevino, credo rimarrete delusi. Più che l’eccitazione di un pazzo davanti alle proprie efferatezze, sembra di stare ad ascoltare le volgari fantasie di uno psicopatico. In complesso, credo lo abbiate capito, il libro mi ha deluso. Spero di poter leggere qualcos’altro dell’autore che risollevi il mio interesse verso di esso, ma stavolta vado a leggerlo in biblioteca.

Ho appena concluso la lettura di questo libro molto particolare. Tutto il romanzo è una lettera di una donna in carriera degli anni 70 senza nome ne volto, rivolta al figlio che porta in grembo. Ella è piena di dubbi sul portare avanti la gravidanza o meno. Teme quella vita che aspetterà il bambino quando nascerà. Un mondo privo di libertà sia per le donne, costrette e sottomesse dagli uomini ad essere solamente mogli e madri, sia per gli uomini, costretti a seguire determinati schemi e a non uscire mai da questi. In ogni caso lei gli augura di vivere, così da poter affrontare tutte le difficoltà e i dolori della vita e della morte, che son sempre migliori della non esistenza del non essere mai nato.

Subito per la donna però nascono i problemi derivanti dalla società. Non essendo sposata essa è vista come un incosciente, quasi una spostata, da parte degli altri. Cosicché il padre del bambino cerca subito di risolvere la questione con un aborto, il suo datore di lavoro fa implicitamente la stessa richiesta, pena la perdita di compiti importanti che lei dovevano essere affidati e probabilmente il licenziamento. Tutto sembra contrario a questa gravidanza e ciò si riflette sulla donna che ha dei problemi. Ciò le causa forti momenti di sconforto e, nonostante sia una gravidanza a rischio (anche se nessuno lo capisce) decide di continuare la propria vita e fare un viaggio di lavoro che porterà il feto di neppure tre mesi alla morte. Da ciò che si capisce la madre ha allora un crollo mentale e sviene. Sogna di trovarsi imputata ad un processo dove viene accusata di aver ucciso la vita del suo bambino e in cui appariranno varie persone che la giustificheranno o la accuseranno, ma in cuor suo ella sa che tutti loro dicono una parte di verità, anche chi l’accusa. Il romanzo si conclude con lei che torna a casa, ma avendo ancora il feto morto al suo interno si ammala di setticemia. Il libro si conclude con lei sull’orlo della morte. Credo che questo libro dipinga un chiaro affresco della situazione della donna italiana negli anni 70. Fortemente condizionata dalla società, essa viene posta davanti a un dilemma che la condannerà comunque all’infelicità, rinunciare a una vita sociale e alle proprie ambizioni per essere madre e moglie o sfidare le convenzioni ed essere solo quello che si desidera essere, andando in contro all’astio ed alla diffidenza degli altri e quindi rimanendo sola? Forse nel XXI secolo crediamo di aver superato questi dilemmi e quindi possiamo dire che la donna è finalmente libera, ma in realtà seppur sottilmente essa non ha raggiunto una parità reale ma solo l’ipocrisia di una parificazione teorica dei due sessi e sarà un nostro compito quello di eliminare queste diversità rendendo uomo e donna pari nella loro identità.

La ragazza dello Sputnik

Sumire sogna di diventare una grande scrittrice. E’ una ragazza ventiduenne che vive in Giappone, ha appena lasciato l’università per inseguire il suo sogno. E’ una ragazza disordinata e impulsiva, ma soprattutto è innamorata. Sumire non aveva mai provato sentimenti per nessun altro, neanche per il suo più grande amico (il narratore di questo romanzo di cui non sappiamo neanche il nome, secondo lo stile solito di Murakami). La cosa strana è che Sumire si innamora di una donna di diciassette anni più vecchia di lei, Myu la donna “a metà”, che si tinge i capelli bianchissimi sin dall’età di venticinque anni. Le due si incontrano al matrimonio della cugina di Sumire, e la ragazza prova subito desiderio per quella donna che lei chiama amichevolmente “la mia ragazza dello sputnik” (il soprannome deriva dalla confusione che Myu fa al loro primo incontro delle parole Sputnik e Beatnik). Da allora le due donne iniziano a lavorare insieme in un percorso che in poco tempo le porterà a convivere grandi momenti di intimità in un viaggio che le porta a Roma, a Parigi e poi su una sperduta isola greca dell’Egeo. Ma come i satelliti che vagano nell’oscurità dello spazio, anche loro sono costrette a incontrarsi senza mai toccarsi veramente, senza mai capirsi. Come solito nei romanzi di Haruki Murakami, leggere questo libro sembra vivere in un sogno sfocato, dove non riesci mai a comprendere realmente ciò che vedi e senti e dove non sei mai totalmente conscio. E’ un libro molto breve e di facile lettura, molto scorrevole e consigliato a tutti.

Milk

Film di Gus Van Sant del 2008

Film biografico incentrato sulla figura di Harvey Milk (Sean Penn), il consigliere gay di San Francisco che fu assassinato nel 1978 insieme al sindaco Moscone. Il film si apre pochi giorni prima dell’assassinio, quando Milk è intento a registrare su audiocassetta la sua intera storia politica. Tutto il film diventa quindi un grande flashback. Tutto inizia nel 1970, quando Milk si trasferisce da New York a San Francisco col suo compagno. I due aprono nel quartiere irlandese di Castro un negozio di fotografia, ma l’accoglienza degli altri negozianti è fredda. Milk allora crea un gruppo di persone che sostiene le sue rivendicazioni di diritti. Apprezzato e sostenuto da gay e altre comunità della città, Harvey deciderà di candidarsi alla carica di consigliere, ma perderà. Non si perde però d’animo e ritenta più volte fino a riuscire ad essere eletto al suo quarto tentativo. Come consigliere Milk si batterà per la difesa dei diritti Gay, e riuscirà a creare un buon rapporto anche col consigliere conservatore Dan White. Il rapporto fra i due si farà però teso quando Milk non sosterrà una sua proposta. Nel frattempo Milk subisce un lutto, il suo nuovo compagno Jack Lira muore impiccandosi. Milk però non ha il tempo di dolersi perchè è coinvolto in una battaglia contro la proposition 6, una legge pensata dal senatore John Briggs che permetterebbe alle scuole di licenziare gli insegnanti in base al loro orientamento sessuale. Il senatore Briggs è anche sostenuto dalla cantante Anita Bryant, che aveva fatto abrogare precedentemente in florida una legge che tutelava la minoranza gay dalle discriminazioni. Alla fine della lotta perà la Proposition 6 non passa e Milk vince un’altra grande battaglia. Intanto però Dan White, ormai chiaramente in posizioni minoritarie nel consiglio, si dimette aspettandosi una riconferma del sindaco, che però non viene. Armato di pistola e caricatore entrerà dunque in municipio e assassnerà prima il sindaco e poi Harvey Milk. Se dal punto di vista narrativo il film è molto bello e tratta di un tema che ancora oggi è di grande attualità, non riesco a condividere alcune rappresentazioni da parte del regista della comunità Gay, a tratti stereotipata. Sarà per una mia ingenuità ma mi sembra strano che ci siano uomini che si adeschino in stazione e finiscano a letto prima ancora di sapere il nome dell’altro, o della tranquilla organizzazione di orge da parte di gruppi bgay. Queste cose sembrano più una concezione che ha l’eterosessuale dell’omosessuale piuttosto che un’effettiva rappresentazione della realtà.

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